Bella e perduta è un film del 2015 diretto da Pietro Marcello e scritto insieme a Maurizio Braucci, prodotto dalla società indipendente Avventurosa. Il film è arrivato nelle sale italiane la scorsa settimana, dopo esser stato presentato con successo al Festival del film di Torino, di Locarno e di Toronto.

 

Bella e perduta unisce documentarismo e fiaba in un ibrido che ha come protagonisti un pastore, Pulcinella e un bufalotto (a cui Elio Germano presta la voce).

La storia nasce a Carditello, nel casertano, dove una Reggia borbonica, depredata e abbandonata all’incuria, viene difesa e custodita volontariamente da Tommaso Cestrone, un pastore che lotterà fino alla morte per la bonifica di quei luoghi. Intanto un bufalotto, abbandonato dagli allevatori perché inutile alla filiera produttiva, verrà allevato da Tommaso fino alla sua morte. Sarà quindi Pulcinella, nelle vesti di psicopompo, ad accompagnarlo in un viaggio attraverso l’Italia per sfuggire ad un destino amaramente segnato.

 

Chi è “bella e perduta”?

“Oh mia patria sì bella e perduta!”

Il titolo del film si riferisce a questo verso del Va, pensiero di Giuseppe Verdi. Inizialmente il regista intendeva realizzare un viaggio inchiesta attraverso tutta l’Italia, di cui Carditello sarebbe stato solo un episodio. L’incontro col pastore Tommaso, la forza della sua ribellione e l’attaccamento a quei luoghi - in cui, purtroppo, perderà la vita durante le riprese - hanno stravolto questi piani: la Reggia e i suoi territori sono diventati il fulcro della narrazione, in quanto emblema del peso della bellezza di un’intera nazione, troppo spesso poco accudita e valorizzata. “Bella e perduta” è, quindi, l’Italia.  

Dal progetto iniziale, il film si è così trasformato in una fiaba contemporanea che, unendo sogno e immagini documentaristiche, indaga e denuncia il rapporto conflittuale tra uomo e natura, riportando l’attenzione su un degrado ambientale di cui tutti, in un modo o nell’altro, siamo colpevoli.  

 

 

Perché vedere Bella e perduta?

Perché, grazie al profondo lirismo delle immagini e all’unione di stili narrativi così lontani eppure così ben concatenati tra di loro, riesce a restituire bellezza e poesia a territori per troppo tempo ingiustamente sfruttati e denigrati. È il viaggio in un paesaggio straordinario e magico, in cui si riscopre una terra ricca di storia e di storie che meritano di essere raccontate.

Perché è soprattutto la storia di un uomo, un umile pastore che si è fatto custode di una bellezza abbandonata e dimenticata, e della sua volontà di emanciparsi attraverso la lotta per ridare valore alla propria terra, tra l’indifferenza delle istituzioni e le minacce della malavita. Una storia di tenacia e straordinario coraggio per ristabilire un rapporto pacifico tra ciò che siamo, ciò che abbiamo e ciò che crediamo ci appartenga.

Perché affronta il rapporto tra uomo e natura in maniera originale, utilizzando differenti punti di vista: quello dell’uomo, che da solo lotta per salvare l’ambiente in cui vive dall’indifferenza e dalla noncuranza di altri uomini; dell’animale, ormai schiavo delle logiche di profitto umane da cui non trarrà salvezza; e della tradizione, che veste la maschera di un Pulcinella inizialmente servo sciocco che diventerà pastore giusto e consapevole.

 

Lo scorso giovedì 26, ho assistito alla proiezione del film a cui hanno partecipato il regista Marcello e il coautore Braucci. Molto gentilmente hanno risposto a una domanda per noi di EcoSost!

 

Inizialmente il film mette in evidenza un rapporto conflittuale tra l’uomo e l’ambiente che lo circonda, soffermandosi sulla situazione difficile vissuta da alcune comunità del casertano che ha portato, purtroppo, anche all’odio delle persone del posto per la propria terra. Andando avanti, invece, grazie anche all’esempio di Tommaso Cestrone, questo rapporto pur nelle difficoltà sembra diventare più pacifico, anche le immagini e i paesaggi diventano più lirici. C’è quindi un messaggio positivo che dà la possibilità di credere che questa terra, non solo casertana ma italiana, non sia davvero ‘perduta’?

Pietro Marcello: “Per vent’anni c’è stata una truffa mediatica riguardo al territorio campano. Io, ad esempio, continuo a mangiare il cibo di questa terra. Per me la terra è buona, è l’uomo che è malato. La terra si rigenera. Ciò che è avvenuto, è successo perché qualcuno ha permesso che i rifiuti fossero portati su quei territori. Siamo innanzitutto noi che facciamo un torto a questa terra. Lo scopo principale, per me, è parlare ai giovani, perché è a loro che va non solo il messaggio ma anche il testimone. È una questione di educazione all’ecologia.”

Maurizio Braucci: “Il problema ambientale è un tema fondamentale della politica del presente. Noi abbiamo una tradizione tarata sullo sviluppo industriale e l’ecologia è stata sempre vista come una questione secondaria. Intanto il conflitto tra capitale e ambiente è cresciuto e oggi è il vero tema da affrontare, a livello planetario. La Campania è stata purtroppo una sorta di avanguardia negativa, ma non bisogna pensare che altri movimenti ecologisti nel resto d’Italia affrontino un tema diverso. Le comunità campane che hanno difeso le proprie località stavano facendo qualcosa che purtroppo è risultato nuovo come tema politico, in quanto non dotati di una tradizione e di una cultura ecologista forte. È stata vista come una lotta di retroguardia, che riguardava solo alcune comunità locali con delle problematiche dovute alla loro cultura di non adesione allo sviluppo. Invece è quello lo sviluppo. Il disprezzo per la terra viene dall’adesione ad un modello di sviluppo estremamente aderente alla logica dell’oppresso, fatto con metodi spietati, assurdi, autodistruttivi. Il sud ha sempre avuto purtroppo una storia di fallimenti, si finisce per non credere in niente, non credere nelle istituzioni, c’è un legame forte tra la presenza della camorra e la sfiducia nelle istituzioni. Tommaso è un esempio importante perché ci insegna che malgrado tutto, malgrado tutti, vale il detto dei presocratici ‘fai ciò che devi e accada ciò che può’. Sicuramente ci sono delle problematiche ambientali, però dobbiamo smettere di leggerle nella logica degli oppressi che si adagiano sull’essere gli sfigati d’Italia. Purtroppo abbiamo delle situazioni estremamente degenerate, dovute appunto alla mancanza di una cultura ambientale che non ci fa leggere e comprendere i fenomeni che ci stanno interessando. L’unica cultura ambientale che abbiamo è quella dei contadini. È quella che ci ha salvato. Le persone che hanno difeso questi territori l’hanno fatto non perché si nominavano temi ecologici, ma perché si rifacevano a una cultura immediata, semplicistica, del rapporto con la terra. È importante sviluppare uno sguardo fiducioso ed un rapporto equilibrato con l’ambiente che ci circonda. Chi non crede nelle possibilità di se stesso, non può credere nella propria terra.”

 

Registrati gratis ad Ecosost e cerca le Aziende ecosostenibili più vicine a te!