La 21° Conferenza delle parti delle Nazioni Unite (Cop21, di cui abbiamo parlato qui) si è conclusa sabato scorso a Parigi.

La sfida era trovare un accordo sul clima in grado di obbligare tutte le nazioni partecipanti a mantenere la temperatura del pianeta al di sotto della soglia dei 2 gradi centigradi.

 

Il risultato di queste due settimane di lavoro è un testo che presenta molti aspetti positivi, ma che al tempo stesso non riesce a rispondere appieno alle ambiziose aspettative iniziali. 

 

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Quali sono i risultati ottenuti dalla Conferenza?

I punti salienti dell’accordo, approvato dai 195 paesi partecipanti, sono così riassumibili:

  • È stato stabilito un impegno comune a mantenere la temperatura media globale al di sotto dei 2 gradi centigradi, con la promessa di compiere un ulteriore sforzo per il raggiungimento del limite di 1 grado centigrado e mezzo entro il 2020.   

  • Per il raggiungimento di questo obiettivo, sono stati considerati insufficienti gli impegni presentati da quasi tutte le nazioni prima dell’avvio della Conferenza. In base ai dati presentati, l’impegno nella riduzione delle emissioni di CO2 porterà la temperatura media globale a quasi 3 gradi centigradi, il che delinea uno scenario catastrofico per il futuro. L'accordo prevede che la prima revisione di questi indici si avrà nel 2025, successivamente si effettuerà ogni 5 anni.

  • Con il passare delle verifiche, gli sforzi compiuti dagli stati dovranno essere sempre più ambiziosi, tenuto conto della differenziazione che c’è tra le varie situazioni nazionali: i paesi industrializzati si assumono obiettivi che vengono definiti “di riduzione”, con cui si intendono gli sforzi che compiranno concretamente per dare attuazione all’accordo, mentre ai paesi più poveri vengono richiesti “sforzi di mitigazione”, che dovranno essere sostenuti da tutti.

  • Sono introdotti due meccanismi di supporto per lo sviluppo sostenibile:  uno di mercato affiancato a un sistema di accounting, finalizzati rispettivamente a ridurre e contabilizzare le emissioni di gas serra; e uno che riguarda un approccio integrato con azioni di adattamento, trasferimento tecnologico e capacity building.

  • Tutti i Paesi si obbligano, inoltre, a presentare regolarmente un report che contenga l’inventario delle principali fonti di inquinamento nazionali, monitorando continuamente le proprie emissioni di carbonio e riferendo periodicamente sui progressi ottenuti nel ridurle.

 

L’accordo prevede un fondo di investimento di 100 miliardi di dollari annui, che sarà operativo dal 2020. Il fondo servirà, soprattuto, per aiutare i paesi più poveri nella gestione delle catastrofi ambientali collegate al surriscaldamento del pianeta.

 

 

Quali sono le prospettive future?

Il prossimo passo si compirà il 22 aprile del 2016, quando l’accordo sarà depositato presso la sede delle Nazioni Unite a New York. Da quel momento, i paesi avranno un anno di tempo per ratificarlo ed entrerà definitivamente in vigore quando sarà stato ratificato da almeno 55 paesi, che dovranno complessivamente rappresentare non meno del 55% delle emissioni globali di anidride carbonica.

Il problema più rilevante legato all’accordo riguarda la sua forma giuridica: seppur non è assolutamente da sottovalutare l’impegno messo in campo dai 195 paesi durante queste settimane di trattative, è pur vero che nell’accordo non è stata prevista alcuna sanzione per chi non rispetterà gli impegni assunti a Parigi. Tutto è rimesso alla volontà e al senso di responsabilità di ciascun paese.

 

Sono molteplici gli aspetti non considerati nel testo definitivo dell’accordo, ad esempio riguardo la decarbonizzazione (in seguito al veto imposto da Arabia Saudita e India) e, soprattutto, riguardo a interventi concreti e immediati per le condizioni di vita dei paesi già tremendamente colpiti dalle conseguenze del global warming.

Si tratta di certo di un passo avanti nel cammino verso una maggiore responsabilizzazione, ma non si possono negare i dubbi riguardo l’effettiva validità e completezza dell'accordo. Eliminati i buoni propositi e la speranza di riuscita, ciò che resta dopo queste due settimane è un’esultanza molto contenuta.