Si discute sempre molto sui pro e i contro dell'utilizzo dell'olio di palma, sia in cucina che in altri ambiti. L'Italia è il secondo importatore continentale, i due terzi di queste importazioni vengono usati in ambito energetico come produzione di biodiesel o come combustibile, mentre la percentuale restante viene utilizzata per la produzione di detergenti e prodotti cosmetici e dall'industria alimentare.

Le motivazioni di questo vasto utilizzo risiedono nelle caratteristiche chimiche dell'olio: irrancidisce molto più lentamente di altri grassi, consentendo ai prodotti che lo contengono una durata maggiore senza l'aggiunta di conservanti, e regge molto bene le temperature alte in quanto ricco di acidi grassi saturi. Altrettanto valide sono le motivazioni a sostegno delle campagne contro il suo utilizzo, che si basano su controindicazioni legate alla salute umana ma soprattutto a quella ambientale: 

  • l'acido palmitico è il principale grasso contenuto nell'olio di palma, ma viene prodotto anche dal nostro organismo (ad esempio con il latte materno) ed è presente nei grassi animali, nella carne e nei latticini. In virtù di ciò, il suo abuso (causato spesso da un consumo inconsapevole) fa aumentare il colesterolo cattivo nel sangue ostacolando il suo assorbimento da parte del fegato e, di conseguenza, aumentando i rischi cardiovascolari
  • necessita di coltivazioni intensive che hanno come conseguenza diretta la deforestazione dei paesi del Sudest asiatico in cui viene prodotto e lo stravolgimento e impoverimento degli ecosistemi locali, in particolare in Malesia e Indonesia ai quali appartiene circa il 90% della produzione mondiale di olio di palma. 

La Tavola rotonda sull'olio di palma sostenibile (RSPO) è un'organizzazione presente dal 2004 che riunisce 2.500 aziende attive nel suo commercio e alcune organizzazioni non governative, tra cui il WWF. Lo scopo è di ridurre considevolmente l'impatto ambientale della produzione di olio di palma, con un obiettivo molto ambizioso: arrivare per il 2020 al consumo del 100% di olio di palma certificato sostenibile in Europa, il 50% in Indonesia, il 30% in India e il 10% in Cina.

La RSPO è la più diffusa certificazione di sostenibilità della filiera produttiva dell'olio di palma, che però copre solo il 20% della materia prima presente sul mercato. Sono state molte le critiche ai criteri utilizzati, giudicati insufficienti dal punto di vista ambientale e sociale. Anche in risposta a queste critiche, proprio in questi giorni il gruppo ha annunciato la nascita di una certificazione supplementare, chiamata RSPO Next. Sono previsti criteri aggiuntivi per i produttori le cui piantagioni sono al 60% già certificate e si impegnano ad estendere alla totalità delle coltivazioni la certificazione ordinaria. Con questi requisiti, si potrà accedere ad una certificazione di secondo livello che contiene criteri più stringenti, tra cui:

  • divieto di utilizzo dei terreni ricchi di carbonio, in virtù della loro importanza nella mitigazione dei cambiamenti climatici;
  • attuazione delle politiche di prevenzione degli incendi;
  • riduzione  delle emissioni di gas serra, con l'obbligo di pubblicare regolarmente un rapporto sui risultati conseguiti;
  • pagamento ai lavoratori di un salario minimo, dove non definito per legge;
  • impegno nella riduzione a zero della deforestazione.

La critica più forte a questa nuova certificazione riguarda l'adesione, prevista su base volontaria: chi deciderà di non investire in questa nuova certificazione, dunque, potrà continuare i propri affari con la certificazione standard di sostenibilità. Il rispetto dei nuovi criteri è invece fondamentale per la riduzione dell'impatto ambientale di questa filiera produttiva, vera emergenza legata al consumo di olio palma per le sue conseguenze sulle funzionalità ecosistemiche e, inevitabilmente, sull'uomo.