Tra i record negativi che purtroppo l’Italia detiene c’è anche quello che la vede tra le prime nazioni per il consumo di antibiotici negli allevamenti. Nel nostro paese, infatti, il 71% dei medicinali venduti è utilizzato per il bestiame, peggio di noi solo Cipro e Spagna.

I danni che questa pratica sta procurando tuttavia sono ingenti e le sue conseguenze si stanno già iniziando a manifestare in tutta la loro gravità.

Innanzitutto si deve sapere che la somministrazione massiccia di antibiotici si deve essenzialmente alla pratica dell’allevamento intensivo, condotto oggi dalla maggior parte degli allevatori per ottenere grandi quantità di carne al minor costo possibile. Le condizioni in cui gli animali sono costretti in questi casi, però, li costringe a subire un forte stress psico-fisico rendendoli più vulnerabili alle infezioni batteriche e aumentando la possibilità di contrarre malattie infettive con il rischio di andare incontro a morte prematura. Al fine evitare perdite di bestiame gli si somministrano quindi grandi dosi di antibiotici attraverso cibo e acqua durante quasi tutta la loro esistenza. Particolarmente soggetti all’abuso di questi medicinali sono gli allevamenti avicoli, in cui polli da carne vengono stipati in capannoni dove sono rinchiusi anche in 20 in un solo metro quadrato riuscendo a vivere solo grazie al continuo ricorso a questi battericidi.

Questa pratica, tuttavia, risulta estremamente pericolosa per gli animali come anche per gli uomini. L’utilizzo diffuso di antibiotici, infatti, sta provocando un aumento significativo della resistenza dei batteri a questi farmaci. I microbi divengono sempre più forti, moltiplicandosi e mutando in ceppi più virulenti che i medicinali attualmente in circolazione non riescono più a contrastare.  Cibandosi della carne di questi animali, anche l’uomo rischia di entrare in contatto con tali germi antibiotico-resistenti con gravissime conseguenze sulla sua salute, tanto che si inizia a temere che in un futuro non troppo lontano banali infezioni o operazioni chirurgiche torneranno ad essere letali.

Per capire lo scenario apocalittico verso il quale stiamo andando incontro è sufficiente dare un’occhiata ai dati diffusi dal governo britannico che recentemente ha dichiarato che ad oggi sono 700mila le persone che ogni anno muoiono a causa delle resistenze sviluppate a seguito dell’utilizzo spropositato di antibiotici negli allevamenti, stimando che entro il 2050 si potrebbe arrivare a 10millioni di vittime, superando i decessi causati da tumori e malattie cardiovascolari.

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Legambiente, Ciwf Italia, Altroconsumo, Arci, Cgil, Wwf Italia, Lipu, Slowfood, FederBio, Greenpeace Ita, sono tra le numerosissime organizzazioni che hanno ormai da tempo lanciato l’allarme, tentando di sensibilizzare l’opinione pubblica sulle gravi conseguenze di questa insana pratica e invitando il governo italiano a prendere provvedimenti, stabilendo nuove norme legislative per il settore.

I principali ostacoli per il cambiamento sono, come spesso purtroppo accade, di origine economica. Per ridurre il ricorso ai medicinali sarebbe infatti necessario modificare radicalmente le attuali pratiche di allevamento: migliorare la qualità dei mangimi, concedere più spazio vitale al bestiame, aumentare le temperature nelle stalle e, in generale, permettere agli animali di condurre una vita più sana.

Sebbene in un primo momento i costi potrebbero risultare maggiori, sembra tuttavia che sul lungo raggio la risposta degli acquirenti premi gli allevatori più rispettosi. Il mercato infatti mostra come le preferenze di chi acquista cibo si stiano sempre più concentrando sul biologico, prediligendo quelle carni provenienti da allevamenti che non fanno uso di antibiotici. Si preferisce, insomma, spendere un po’ di più ma guadagnare in salute, sia nostra che dell’ambiente.

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